Ondate di calore: difendersi è un diritto

Le ondate di calore non sono più soltanto un disagio stagionale. Sono un problema di salute pubblica, di giustizia sociale e di qualità urbana. Difendersi dal caldo estremo sta diventando un diritto, soprattutto per chi vive nelle aree più fragili delle città.

Il punto è semplice: il caldo non colpisce tutti allo stesso modo. Nei quartieri con poco verde, molto cemento, edifici poco isolati e minore accesso ai sistemi di raffrescamento, le temperature possono diventare molto più pericolose. Qui entra in gioco la cooling poverty, cioè la povertà di raffrescamento: l’impossibilità, per molte famiglie, di mantenere una temperatura adeguata in casa e negli spazi di vita durante i periodi di caldo estremo.

La crisi climatica rende tutto questo sempre più urgente. Il 2025, secondo Copernicus, è stato il terzo anno più caldo mai registrato, appena 0,01 °C più fresco del 2023 e dietro al record del 2024. Non è un dettaglio statistico. Significa che le ondate di calore stanno diventando parte strutturale del nostro presente, non un’eccezione estiva da archiviare a settembre.

Il dato più duro riguarda però le persone. Una stima realizzata da ricercatori dell’Imperial College London e della London School of Hygiene & Tropical Medicine ha calcolato che, nell’estate 2025, il cambiamento climatico abbia avuto un ruolo nel 68% dei 24.400 decessi legati al caldo in 854 città europee analizzate. Le città italiane risultano tra le più colpite, con 4.597 morti stimate, mentre Roma registra il numero più alto tra le capitali considerate, con 835 vittime attribuibili al caldo.

Il dato forse più impressionante è un altro: le persone over 65 rappresentano l’85% dei decessi in eccesso. Questo basta a chiarire che il caldo estremo non è solo una questione di fastidio, sudore e ventilatore acceso. È un rischio concreto per anziani, bambini, persone con patologie croniche e famiglie che vivono in abitazioni inadatte ad affrontare temperature sempre più alte.

Ondate di calore e città: perché alcuni quartieri soffrono di più

A peggiorare il quadro c’è l’isola di calore urbana. Le città possono registrare temperature più alte rispetto alle aree circostanti perché asfalto, cemento, traffico, superfici impermeabili ed edifici densi assorbono e rilasciano calore, mentre la carenza di alberi e acqua riduce i meccanismi naturali di raffrescamento. Le fonti internazionali parlano di differenze che possono arrivare a diversi gradi, con intervalli tipici che vanno da circa 1 a 4 °C e, in alcuni casi, anche oltre.

Il paradosso è evidente. Per difendersi dal caldo si accendono più condizionatori. Più condizionatori significano più consumi, più domanda elettrica e, se il sistema resta legato ai fossili, anche più emissioni. È una spirale che rende le ondate di calore ancora più difficili da gestire, soprattutto dove il raffrescamento non è accessibile a tutti.

La questione, quindi, non riguarda solo il clima. Riguarda il modo in cui costruiamo e amministriamo le città. Un quartiere con ombra, alberi, fontane, spazi pubblici ben progettati e servizi di prossimità non affronta il caldo nello stesso modo di un quartiere minerale, trafficato e privo di rifugi climatici.

Definizione

La cooling poverty è la condizione in cui una famiglia o una comunità non riesce a mantenere ambienti interni e spazi di vita a temperature sicure e vivibili durante i periodi di caldo estremo.

Ondate di calore e cooling poverty: la campagna di Legambiente

In questo scenario si inserisce la campagna Che Caldo Che Fa!, promossa da Legambiente con la collaborazione del partner tecnico RSE – Ricerca sul Sistema Energetico. L’iniziativa, giunta alla seconda edizione, è partita da Napoli e si concentra sul tema della cooling poverty, cioè sull’ingiustizia termica che attraversa le città italiane.

L’obiettivo è molto concreto: mappare le disuguaglianze termiche tra quartieri, rilevare la presenza o l’assenza di infrastrutture verdi e blu — come parchi, alberature, fontane e corsi d’acqua — e trasformare questi dati in proposte di adattamento urbano. La campagna sta coinvolgendo diverse città italiane, tra cui Napoli, Milano, Roma, Torino, Bari e Terni, per mostrare come il caldo non sia distribuito in modo uniforme e come la vulnerabilità climatica coincida spesso con la fragilità sociale.

Questo è il passaggio decisivo. Parlare di caldo estremo non significa solo parlare di gradi Celsius. Significa parlare di diritti urbani. Significa chiedersi chi abbia accesso all’ombra, chi possa permettersi di tenere acceso un condizionatore, chi viva in una casa ben isolata e chi invece affronti l’estate dentro edifici che trattengono calore e moltiplicano il disagio.

Ondate di calore: adattarsi rapidamente non è più un’opzione

Le ondate di calore stanno ridefinendo l’idea stessa di estate urbana. Per questo l’adattamento non può più essere un capitolo accessorio delle politiche climatiche. Serve più verde urbano. Serve più ombra. Servono rifugi climatici, spazi pubblici pensati per proteggere le persone, infrastrutture blu e una progettazione urbana che riduca l’esposizione al calore estremo nei quartieri più vulnerabili.

Il tema riguarda anche l’energia, ma non si esaurisce lì. Un ventilatore o un condizionatore possono aiutare, ma non bastano se il contesto urbano continua a moltiplicare il calore. Senza un disegno più ampio, il rischio è trasformare il raffrescamento in un privilegio legato al reddito, al quartiere o alla disponibilità di una bolletta sostenibile.

Il caldo estremo, insomma, ci costringe a guardare la città da un’altra prospettiva. Non basta più chiedersi quanto farà caldo. Bisogna chiedersi dove, per chi e con quali protezioni.

FAQ sulle ondate di calore

Che cosa significa cooling poverty?
La cooling poverty è la povertà di raffrescamento, cioè l’impossibilità di mantenere casa e spazi di vita a temperature adeguate durante i periodi di caldo estremo.

Perché le ondate di calore sono anche un problema sociale?
Perché il caldo colpisce di più i quartieri con poco verde, molto cemento, edifici poco isolati e minore accesso ai sistemi di raffrescamento.

Chi rischia di più durante le ondate di calore?
Anziani, bambini, persone con patologie croniche e famiglie che vivono in abitazioni inadatte ad affrontare temperature elevate.

Difendersi dal caldo, allora, non può diventare un privilegio. Deve entrare nel modo in cui progettiamo città più vivibili, più giuste e più sicure. Il punto non è sopportare meglio l’estate. Il punto è decidere se vogliamo continuare a trattare il caldo estremo come una parentesi o iniziare finalmente a considerarlo per quello che è già: una nuova questione urbana.

Se hai una bella storia di innovazione da raccontare, contatta la nostra redazione.

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