Intelligenza artificiale e povertà educativa: cosa dicono i dati 

Intelligenza artificiale e povertà educativa sono al centro del minidossier dell’Osservatorio sulla povertà educativa, curato da Openpolis con l’impresa sociale Con i bambini. L’analisi parte dai dati Eurostat, dalle rilevazioni del ministero dell’istruzione e dal quadro normativo europeo e nazionale. Il punto di partenza è semplice: l’accesso agli strumenti di IA, e la capacità di usarli con spirito critico, rischia di aggiungersi alle disuguaglianze già esistenti tra studenti. L’obiettivo è costruire una base di numeri per il dibattito pubblico, evitando sia gli entusiasmi sia gli allarmismi.

La diffusione dell’intelligenza artificiale pone, infatti, una questione che va oltre la disponibilità delle tecnologie. Avere accesso a uno strumento non significa necessariamente possedere le competenze per comprenderne il funzionamento, riconoscerne gli errori e utilizzarlo come supporto all’apprendimento. È su questa differenza che si gioca una parte importante della sfida educativa. 

Intelligenza artificiale e povertà educativa: il divario europeo

Scuola e AI uso giovani

Tra i giovani europei di 16-19 anni, il 66,4% ha usato strumenti di IA generativa nei tre mesi precedenti l’indagine Eurostat. La media nasconde scarti ampi. L’Estonia arriva all’89,3%, la Grecia all’85,1% e la Danimarca all’83,1%, mentre la Romania si ferma al 48,2% e la Germania al 51,5%. L’Italia, con il 51,9%, è terzultima nell’UE.
Lo scopo più frequente è scolastico: riguarda il 50,5% degli utilizzatori europei, contro il 43,8% degli usi privati e il 9,1% di quelli professionali. In Italia la quota scolastica scende al 41,1%, quarto posto dal fondo. 

I dati sull’impiego dell’IA nello studio sollevano una questione importante: non basta sapere quanti studenti ricorrono a questi strumenti, occorre comprendere come li utilizzano. L’intelligenza artificiale può aiutare a chiarire concetti, approfondire argomenti e svolgere esercizi, ma le risposte generate richiedono capacità di verifica e valutazione critica. L’utilità dell’intelligenza artificiale per l’apprendimento dipende, quindi, da come gli studenti la utilizzano e da come viene proposta a scuola.

Chi non usa l’IA e perché

Tra i giovani italiani che non hanno utilizzato questi strumenti nei tre mesi precedenti l’indagine, il 74,6% ritiene di non averne bisogno, valore in linea con la media europea. Solo il 3% ne ignorava l’esistenza e il 2,7% cita la tutela della privacy. Il dato che merita, forse, più attenzione è un altro: l’8,6% dichiara di non sapere come usarla, contro il 7,3% della media Ue. Si tratta di una quota minoritaria, che richiama il tema delle competenze digitali.
L’alfabetizzazione digitale comprende, infatti, la capacità di verificare l’attendibilità delle fonti e proteggere i dati personali. La sfida consiste, dunque, nell’educare i ragazzi a un uso consapevole dell’IA tramite formazione e informazione.

Le regole: AI Act, legge 132/2025 e decreto legislativo

L’AI Act europeo classifica come ad alto rischio i sistemi di IA impiegati nell’istruzione. Questi sistemi possono incidere sull’accesso ai percorsi formativi, sulla valutazione degli apprendimenti e sulla perpetuazione di discriminazioni storiche.
In Italia la legge 132/2025 promuove un approccio antropocentrico e prevede che, per i minori di 14 anni, il consenso al trattamento dei dati personali sia espresso dai genitori. Per i ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni, invece, il consenso può essere espresso direttamente dall’interessato, purché le informazioni risultino facilmente comprensibili.

Ulteriori disposizioni hanno successivamente introdotto l’IA nell’educazione civica, prevedendo la formazione continua dei docenti e stanziando 100 milioni di euro per contrastare i rischi legati all’uso improprio di piattaforme e social.
Una dinamica che riflette il tentativo delle istituzioni di accompagnare una trasformazione tecnologica destinata ad avere un impatto quanto più significativo anche sul mondo dell’istruzione: da un lato, gli insegnanti chiamati ad accompagnare gli studenti nella comprensione e nell’utilizzo consapevole dell’IA; dall’altro, le scuole chiamate a individuare modalità di utilizzo di IA generative coerenti con gli obiettivi didattici.

Intelligenza artificiale e povertà educativa: il peso dei territori

Istituti scolastici e AI

Le competenze servono a poco senza spazi in cui costruirle. La disponibilità di ambienti dedicati all’informatica rappresenta uno degli elementi attraverso cui osservare le condizioni materiali dell’istruzione digitale. Nell’anno scolastico 2024/25, 15.998 edifici statali su 39.351 dispongono di aule informatiche, pari al 40,7%. Tra le regioni, la Liguria arriva al 59,1% e il Lazio scende al 25,4%.
Un altro elemento da evidenziare riguarda la progressiva riduzione della percentuale di edifici scolastici provvisti di laboratori informatici man mano che ci si allontana dai principali centri urbani e ci si avvicina alle aree più periferiche. La quota supera il 44% nei comuni polo, si ferma al 37,8% in quelli intermedi e al 33,8% in quelli ultraperiferici. Una differenza che rischia di sommarsi ad altre difficoltà già presenti nei territori.

Investire nelle competenze digitali significa, quindi, intervenire su più livelli: infrastrutture scolastiche, formazione degli insegnanti e percorsi educativi capaci di sviluppare autonomia e spirito critico. L’obiettivo, in fondo, è garantire a tutti gli studenti la possibilità di comprendere l’IA e valutarne gli effetti. In questo modo, si potranno formare cittadini attivi e consapevoli, e non semplici utenti passivi.

Il rapporto tra intelligenza artificiale e povertà educativa apre così una questione che riguarda il futuro della scuola: come garantire che l’accesso alle nuove tecnologie diventi un’opportunità di apprendimento per tutti, senza ampliare le differenze tra chi possiede già gli strumenti per utilizzarle e chi rischia di rimanerne escluso?

FAQ

Quanti giovani italiani usano l’intelligenza artificiale generativa?

Secondo i dati Eurostat, riportati dall’analisi di Openpolis, il 51,9% dei giovani italiani tra i 16 e i 19 anni l’ha usata nei tre mesi precedenti l’indagine, contro una media europea del 66,4%. L’Italia è terzultima nell’Unione.

Per quale motivo molti giovani non usano l’IA?

Tra i giovani italiani che non l’hanno utilizzata, il 74,6% ritiene di non averne bisogno. L’8,6% dichiara di non sapere come usarla, contro il 7,3% della media europea.

Cosa prevede la legge italiana sull’IA per i minori?

La legge 132/2025 richiede il consenso dei genitori per l’accesso dei minori di 14 anni. Tra i 14 e i 18 anni il consenso al trattamento dei dati può essere espresso dal ragazzo, purché le informazioni risultino facilmente comprensibili.

Quante scuole italiane dispongono di un’aula informatica?

Nell’anno scolastico 2024/25 ne dispone il 40,7% degli edifici statali, pari a 15.998 su 39.351. La quota scende al 33,8% nei comuni ultraperiferici.

Come si collegano intelligenza artificiale e povertà educativa?

L’accesso agli strumenti di IA e la capacità di usarli con spirito critico rischiano di aggiungersi alle disuguaglianze già esistenti tra studenti. Il quadro cambia da territorio a territorio, perché variano gli spazi e le competenze disponibili.

Come migliorare il rapporto tra giovani, scuola e intelligenza artificiale?

Secondo l’analisi di Openpolis, serve agire su più fronti: formazione stabile dei docenti, presenza dell’IA nell’educazione civica e spazi adeguati per le attività digitali. Per le famiglie, un primo passo concreto consiste nel chiedere ai ragazzi quali strumenti usino e nel verificare insieme le fonti delle risposte ottenute.

Se hai una bella storia di innovazione da raccontare, contatta la nostra redazione.

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