Accordo di Parigi, dieci anni dopo: il clima corre più veloce degli impegni

Il 12 dicembre 2015, al termine di due settimane di negoziati, nella sala della COP21 di Parigi esplose un lungo applauso. Rappresentanti di quasi duecento Paesi avevano trovato un’intesa sul cambiamento climatico, dopo anni di confronti diplomatici, proposte e compromessi. L’immagine del ministro degli Esteri francese Laurent Fabius che abbassa il martelletto per sancire l’adozione dell’accordo è diventata uno dei simboli della cooperazione internazionale sul clima. Per la prima volta, un’intesa globale impegnava i Paesi a contenere l’aumento della temperatura media terrestre ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, proseguendo gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C.

Il 4 novembre 2016, meno di un anno dopo, l’Accordo di Parigi entrava ufficialmente in vigore. Dieci anni più tardi, il bilancio presenta una contraddizione difficile da ignorare. La transizione energetica ha compiuto progressi concreti. Le tecnologie rinnovabili hanno raggiunto una diffusione che nel 2015 appariva molto più lontana e numerosi Paesi hanno introdotto politiche per ridurre le emissioni.

Nel frattempo, però, le concentrazioni atmosferiche dei principali gas serra continuano ad aumentare. L’Accordo di Parigi ha modificato la direzione delle politiche climatiche, ma il mondo non sta ancora riducendo le emissioni alla velocità necessaria per rispettarne gli obiettivi. È quanto emerge dall’Emissions Gap Report 2026, pubblicato il 21 ottobre dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), e dal nuovo bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO). Due documenti che raccontano aspetti differenti della stessa crisi. Il primo misura la distanza tra gli impegni dei governi e i tagli alle emissioni necessari. Il secondo osserva ciò che sta accadendo nell’atmosfera.

Alla vigilia della COP31 di Antalya, in Turchia, la questione è comprendere quanto spazio rimanga per contenere il riscaldamento e quali conseguenze avrà ogni ulteriore ritardo.

Accordo di Parigi: che cosa è cambiato in dieci anni?

Per valutare l’efficacia dell’Accordo di Parigi occorre ricordare che cosa prevedeva. L’intesa non assegnava un’identica riduzione delle emissioni a tutti i Paesi. Stabiliva invece un quadro di cooperazione nel quale ciascuna parte presenta periodicamente i propri obiettivi climatici nazionali, chiamati Nationally Determined Contributions (NDC). Questi impegni devono essere aggiornati nel tempo, attraverso un processo che punta ad aumentarne progressivamente l’ambizione.

L’accordo prevede inoltre strumenti di trasparenza, valutazioni collettive dei progressi e disposizioni sulla cooperazione internazionale. Il suo significato non si limita dunque alla soglia di 1,5 °C. Parigi ha introdotto una struttura comune attraverso la quale osservare, confrontare e aggiornare le politiche climatiche dei Paesi. Questa architettura ha accompagnato una fase di cambiamenti importanti.

Secondo l’UNEP, dall’adozione dell’accordo la capacità mondiale di produzione elettrica da fonti rinnovabili è cresciuta a una velocità tripla rispetto a quella prevista negli scenari di riferimento di allora. L’espansione del fotovoltaico è stata addirittura sette volte più rapida delle previsioni considerate dal rapporto. Anche l’introduzione di politiche climatiche ha prodotto riduzioni documentate delle emissioni in differenti Paesi e settori.

Sarebbe quindi inesatto affermare che l’Accordo di Parigi non abbia prodotto alcun risultato. Il problema riguarda la distanza tra i progressi ottenuti e quelli necessari. Una tecnologia può diffondersi rapidamente mentre il consumo complessivo di combustibili fossili rimane elevato. Un Paese può ridurre le proprie emissioni senza che la somma delle politiche nazionali sia sufficiente a cambiare la traiettoria globale.

Il clima risponde alla quantità di gas serra accumulati nell’atmosfera, non alle intenzioni dichiarate durante un negoziato.

Accordo di Parigi e CO₂: nel 2025 un nuovo record atmosferico

Il 27 ottobre 2026, l’Organizzazione meteorologica mondiale ha pubblicato il ventiduesimo Greenhouse Gas Bulletin, dedicato alle concentrazioni dei principali gas serra. Il valore medio globale dell’anidride carbonica nell’atmosfera nel 2025 ha raggiunto 426,8 parti per milione, comunemente indicate con la sigla ppm.

Una parte per milione corrisponde a una parte di una sostanza su un milione di parti della miscela considerata. È una misura della concentrazione, non della quantità di emissioni prodotte durante un singolo anno. Il dato della WMO equivale al 153% del livello preindustriale, cioè a una concentrazione superiore del 53% rispetto a quella stimata prima del 1750.

Anche metano e protossido di azoto hanno raggiunto nuovi massimi. Nel 2025 la concentrazione media del metano è arrivata a 1.948 parti per miliardo, mentre quella del protossido di azoto ha raggiunto 339,1 parti per miliardo.

La differenza tra emissioni e concentrazioni è fondamentale. Le emissioni descrivono i gas rilasciati dalle attività umane in un determinato periodo. Le concentrazioni indicano quanto di quei gas sia presente nell’atmosfera.

L’anidride carbonica può rimanere nel sistema climatico per tempi molto lunghi. Una parte viene assorbita dagli oceani e dalla vegetazione, mentre un’altra continua a influenzare il bilancio energetico terrestre per decenni o secoli.

Ridurre le emissioni significa diminuire la quantità aggiuntiva di gas che introduciamo nell’atmosfera. Non comporta automaticamente un’immediata riduzione delle concentrazioni già accumulate. È una delle ragioni per cui il cambiamento climatico non può essere affrontato come un problema che scompare non appena viene adottata una nuova politica. Gli effetti delle emissioni passate continuano ad accompagnarci nel tempo.

Il mondo verso 2,8 °C: che cosa prevede il rapporto UNEP 2026

Il nuovo Emissions Gap Report introduce una valutazione delle traiettorie climatiche che merita attenzione. Secondo l’UNEP, se le politiche attualmente in vigore continueranno senza un rafforzamento sufficiente, il riscaldamento globale potrebbe raggiungere circa 2,8 °C nel corso del secolo. Non si tratta della temperatura già raggiunta dal pianeta, ma della proiezione di uno scenario futuro.

La distinzione riguarda anche gli impegni nazionali. Se tutti gli NDC presentati dai Paesi venissero pienamente attuati e gli sforzi proseguissero, il riscaldamento previsto si collocherebbe intorno a 2,6 °C. Uno scenario ancora più favorevole, che comprende anche il raggiungimento degli ulteriori obiettivi di neutralità climatica, porterebbe la stima a circa 2,1 °C.

Sono proiezioni differenti, costruite sulla base di ipotesi riguardanti le politiche e le emissioni future. Non rappresentano tre previsioni certe, né indicano quale scenario si realizzerà inevitabilmente. La loro utilità consiste nel mostrare il peso delle decisioni.

La differenza tra 2,8 e 2,1 °C può sembrare modesta se osservata attraverso il termometro di una stanza. Su scala planetaria, invece, pochi decimi di grado possono modificare la frequenza e l’intensità di numerosi rischi climatici.

Il riscaldamento globale riguarda la media delle temperature del sistema terrestre, non una variazione uniforme in ogni località. Alcune regioni si scaldano più rapidamente di altre. Gli effetti possono essere differenti tra territori montani, città, aree costiere e zone agricole. Per questo parlare di un aumento medio di 2 °C non significa immaginare semplicemente estati con due gradi in più. Significa modificare il bilancio energetico del pianeta, con conseguenze sui sistemi atmosferici, sugli oceani e sul ciclo dell’acqua.

La soglia di 1,5 °C: che cosa significa superarla

Uno degli aspetti più delicati del rapporto UNEP 2026 riguarda la prospettiva di superare temporaneamente la soglia di 1,5 °C. L’obiettivo dell’Accordo di Parigi si riferisce al riscaldamento globale di lungo periodo rispetto all’epoca preindustriale. Non coincide con il semplice superamento della soglia durante un singolo anno, che può essere influenzato dalla variabilità naturale del clima. L’UNEP considera ormai previsto il superamento del livello di 1,5 °C nella traiettoria del riscaldamento globale.

La ricerca esamina quindi uno scenario nel quale le temperature aumentano temporaneamente oltre quella soglia, raggiungono un massimo e successivamente diminuiscono. Il termine scientifico è overshoot. Nello scenario con il superamento più contenuto analizzato dal rapporto, il picco del riscaldamento si collocherebbe intorno a 1,7–1,8 °C verso la metà del secolo, con un ritorno a 1,5 °C o al di sotto entro il 2100.

Secondo la modellizzazione dell’UNEP, tale percorso presenta una probabilità di circa il 50% di raggiungere l’obiettivo finale. La possibilità di rientrare sotto la soglia non elimina le conseguenze del periodo trascorso a temperature superiori. Alcuni impatti climatici possono produrre danni difficilmente reversibili, come la perdita di ecosistemi sensibili o parte dei cambiamenti che interessano ghiacciai e calotte glaciali.

Anche la durata del superamento ha importanza. Una temperatura elevata mantenuta per molti decenni comporta un’esposizione differente rispetto a un picco più breve. Il rapporto invita quindi a contenere sia l’entità sia la durata dell’overshoot. Il ritorno verso 1,5 °C non è presentato come una garanzia. È uno scenario che richiede trasformazioni profonde nelle emissioni e una capacità di rimozione della CO₂ atmosferica ancora da sviluppare su scala molto ampia.

Emissioni globali: i tagli necessari entro il 2030, 2035 e 2040

Quanto velocemente dovrebbero diminuire le emissioni per seguire il percorso descritto dall’UNEP? Il rapporto indica tre obiettivi quantitativi, tutti calcolati rispetto ai livelli globali del 2025. Entro il 2030 le emissioni dovrebbero diminuire del 18%. Entro il 2035 la riduzione dovrebbe raggiungere il 45%. Entro il 2040 il taglio dovrebbe arrivare al 69%. Si tratta di riduzioni delle emissioni globali di gas serra, non di obiettivi da applicare automaticamente e in maniera identica a ogni singolo Paese.

La differenza rispetto agli impegni attuali è consistente. Secondo il rapporto, la piena attuazione degli NDC porterebbe a una diminuzione delle emissioni compresa tra il 5% e l’8% entro il 2030 e tra l’11% e il 15% entro il 2035, sempre rispetto al 2025.

Il divario tra obiettivi dichiarati e riduzioni necessarie costituisce il problema centrale dell’Emissions Gap Report. Per percorrere la traiettoria di ritorno verso 1,5 °C, il mondo dovrebbe ridurre le emissioni a un ritmo medio annuo del 5,7% nel periodo 2025–2035.

La necessità di intervenire rapidamente nasce anche da una caratteristica fisica del cambiamento climatico. Ogni quantità aggiuntiva di CO₂ immessa nell’atmosfera aumenta il riscaldamento futuro. Secondo l’UNEP, altri cinque anni di emissioni di anidride carbonica ai livelli attuali farebbero aumentare di circa 0,1 °C il picco di riscaldamento previsto. Il tempo, quindi, non rappresenta soltanto una variabile politica. È una componente della traiettoria climatica.

Per tornare a 1,5 °C non basterà ridurre le emissioni

Un ulteriore elemento del rapporto riguarda la rimozione dell’anidride carbonica dall’atmosfera. Nello scenario di superamento più contenuto, l’UNEP stima che durante questo secolo sarebbe necessario rimuovere e immagazzinare permanentemente circa 320 miliardi di tonnellate di CO₂. È una quantità equivalente a circa otto anni delle emissioni mondiali di anidride carbonica registrate nel 2024. La rimozione può avvenire attraverso processi naturali, come l’accumulo di carbonio negli ecosistemi, e attraverso tecnologie progettate per catturare e conservare CO₂. Le differenti soluzioni presentano però limiti fisici, economici e ambientali. La capacità di svilupparle su scala adeguata non è garantita.

Un sistema che rimuove CO₂ deve inoltre assicurare che il carbonio venga conservato per periodi sufficientemente lunghi, evitando che torni rapidamente nell’atmosfera. Il rapporto non considera queste tecnologie un’alternativa alla riduzione delle emissioni. Al contrario, la traiettoria richiede tagli immediati e profondi, accompagnati da capacità crescenti di rimozione durante il secolo. Rimandare l’azione climatica contando esclusivamente sulle tecnologie future aumenterebbe il rischio di non riuscire a raggiungere gli obiettivi.

La crisi climatica è anche una crisi dell’acqua

Nel decennale dell’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, una parte della comunità scientifica europea richiama l’attenzione su una conseguenza del riscaldamento globale che riguarda direttamente la vita quotidiana. È la sicurezza idrica.

Fiona Regan, copresidente del gruppo di indirizzo ambientale dell’European Academies’ Science Advisory Council (EASAC), ha sottolineato che la crisi climatica deve essere letta anche come una crisi dell’acqua. L’EASAC riunisce le competenze delle accademie scientifiche europee per fornire valutazioni indipendenti ai decisori pubblici. Il richiamo di Regan riguarda il rapporto tra aumento delle temperature, disponibilità idrica ed eventi estremi.

Un’atmosfera più calda può trattenere una maggiore quantità di vapore acqueo. Questo fenomeno può favorire precipitazioni particolarmente intense in determinate condizioni. Contemporaneamente, l’aumento dell’evaporazione e le modifiche delle precipitazioni possono aggravare la siccità in molte regioni. Il risultato non è semplicemente un mondo nel quale piove meno. È un ciclo idrologico che cambia, con effetti differenti a seconda dei territori e delle stagioni.

Un periodo prolungato senza precipitazioni può ridurre la disponibilità d’acqua per l’agricoltura e gli ecosistemi. Un episodio di pioggia particolarmente intensa può provocare alluvioni senza compensare automaticamente i deficit idrici accumulati nei mesi precedenti.

La sicurezza idrica riguarda anche la qualità dell’acqua, le infrastrutture, gli approvvigionamenti e la capacità delle comunità di gestire eventi estremi. Per questo il cambiamento climatico non può essere affrontato esclusivamente attraverso la produzione di energia. Richiede interventi sull’organizzazione dei territori, sulla gestione delle risorse naturali e sulla protezione delle popolazioni. La riduzione delle emissioni e l’adattamento agli impatti già in corso rappresentano due dimensioni complementari della risposta climatica.

L’Accordo di Parigi non ha fermato il riscaldamento. È stato inutile?

Dieci anni dopo l’entrata in vigore dell’accordo, il bilancio non può essere ridotto a una risposta affermativa o negativa. Il riscaldamento globale continua e le concentrazioni atmosferiche dei principali gas serra hanno raggiunto nuovi massimi. La distanza dagli obiettivi rimane ampia.

Il rapporto UNEP documenta però che numerose politiche climatiche hanno prodotto effetti misurabili. Più di 220 valutazioni di interventi pubblici offrono evidenze su strumenti capaci di ridurre le emissioni.

Nel settore elettrico, le politiche analizzate hanno ottenuto in media riduzioni del 9% nei contesti studiati. Gli strumenti economici, comprese le forme di tassazione delle emissioni e i sistemi di scambio delle quote, hanno prodotto riduzioni comprese tra il 5% e il 13% nei settori e nei periodi esaminati.

Queste percentuali non rappresentano un risultato garantito per ogni Paese. Dimostrano però che determinate politiche possono modificare concretamente i livelli di emissione. Il problema è estenderne l’efficacia e mantenerla nel tempo.

L’UNEP segnala anche la necessità di accelerare la diffusione delle energie rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica e ridurre l’utilizzo dei combustibili fossili. Nel primo bilancio globale dell’Accordo di Parigi, i Paesi avevano concordato l’obiettivo di triplicare la capacità mondiale di energia rinnovabile e raddoppiare il ritmo annuo di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030. Avevano inoltre riconosciuto la necessità di avviare una transizione che riducesse la dipendenza dai combustibili fossili nei sistemi energetici.

La velocità delle trasformazioni rimane però insufficiente rispetto alle traiettorie climatiche descritte dal nuovo rapporto. La cooperazione internazionale ha contribuito a modificare alcuni scenari futuri, ma non ha ancora prodotto una diminuzione globale delle emissioni compatibile con la soglia di 1,5 °C.

COP31 ad Antalya: dalla promessa all’attuazione

Dal 9 al 20 novembre 2026, la città turca di Antalya ospiterà la COP31, la trentunesima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

La conferenza arriva pochi giorni dopo il decennale dell’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi. Il calendario rende particolarmente evidente il contrasto tra l’impegno assunto nel 2016 e le decisioni ancora necessarie. Il negoziato si svolge in un contesto internazionale complesso, nel quale gli interessi economici, la sicurezza energetica e le differenze tra Paesi influenzano le possibilità di cooperazione. L’obiettivo della COP31 è avanzare nell’attuazione delle soluzioni climatiche e nel percorso di transizione energetica.

Non è possibile anticipare quali risultati verranno raggiunti durante il vertice. Il nuovo rapporto UNEP offre però una misura scientifica delle riduzioni necessarie e della distanza rispetto alle politiche disponibili. Il significato del confronto internazionale non riguarda soltanto la formulazione di nuovi obiettivi. Riguarda la capacità di rendere effettive le scelte già concordate e di verificare i risultati ottenuti.

La decarbonizzazione coinvolge produzione energetica, industria, trasporti, edifici, agricoltura e gestione del territorio. Ogni settore presenta caratteristiche differenti, ma le emissioni si sommano nello stesso sistema atmosferico. Nessun Paese può affrontare da solo un problema che dipende dalla quantità complessiva di gas serra rilasciati nel mondo. È il motivo per cui l’Accordo di Parigi conserva un significato anche a distanza di dieci anni.

Il futuro non dipende soltanto dalla soglia di 1,5 °C

C’è un rischio nel modo in cui raccontiamo la crisi climatica. Presentare 1,5 °C come un confine oltre il quale qualsiasi intervento diventa inutile può alimentare l’idea che, una volta superata quella soglia, non rimanga più nulla da fare.

La scienza descrive una realtà diversa. I rischi climatici aumentano progressivamente con il riscaldamento. Alcuni sistemi possono presentare soglie critiche, ma non esiste un unico punto oltre il quale tutte le conseguenze diventino identiche e inevitabili. Limitare il riscaldamento a 1,8 °C è differente dal raggiungere 2,8 °C.

Ridurre la durata di un eventuale superamento di 1,5 °C può diminuire l’esposizione a numerosi rischi. Le scelte compiute oggi influenzano l’entità dei cambiamenti futuri. Il rapporto UNEP 2026, intitolato The Point of Return, invita proprio a considerare questo spazio di possibilità, senza sottovalutare le difficoltà.

Il ritorno verso la soglia di Parigi richiede riduzioni delle emissioni molto superiori agli impegni attuali e una capacità di rimozione della CO₂ ancora incerta su scala globale. Non è una promessa di successo. È la descrizione di un percorso scientificamente possibile, subordinato a condizioni particolarmente impegnative.

Dieci anni dopo Parigi, il problema non consiste nel trovare una nuova formulazione dell’obiettivo climatico. Consiste nel collegare le decisioni politiche alle quantità di gas serra effettivamente emesse e alle conseguenze che possiamo già osservare nei territori. Il clima non misura il numero delle dichiarazioni approvate durante le conferenze internazionali. Risponde alle emissioni accumulate, all’energia trattenuta dal sistema terrestre e ai processi fisici che ne derivano. La cooperazione internazionale può modificare la traiettoria futura, ma ogni ritardo restringe le possibilità disponibili.

Forse la domanda più importante, dieci anni dopo l’Accordo di Parigi, non è se abbiamo ancora tempo per intervenire. È quanto riscaldamento siamo disposti a evitare attraverso le decisioni che prenderemo adesso.

FAQ

Quando è entrato in vigore l’Accordo di Parigi?

L’Accordo di Parigi è stato adottato il 12 dicembre 2015 durante la COP21 ed è entrato in vigore il 4 novembre 2016.

Qual è l’obiettivo dell’Accordo di Parigi?

L’obiettivo è mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, proseguendo gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C.

Che cosa dice l’Emissions Gap Report 2026?

Il rapporto UNEP analizza la distanza tra le riduzioni delle emissioni previste dalle politiche e dagli impegni nazionali e quelle necessarie per limitare il riscaldamento. Esamina anche uno scenario che prevede un superamento temporaneo di 1,5 °C e un successivo ritorno verso tale soglia.

Quanto potrebbe aumentare la temperatura globale con le politiche attuali?

Secondo l’UNEP, le politiche attualmente in vigore potrebbero portare a un riscaldamento di circa 2,8 °C nel corso del secolo rispetto ai livelli preindustriali. Si tratta di una proiezione, non della temperatura già raggiunta.

Quali tagli alle emissioni servono per tornare a 1,5 °C?

Nello scenario di superamento più contenuto analizzato dall’UNEP, le emissioni globali di gas serra dovrebbero diminuire del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040, rispetto ai livelli del 2025.

Che cosa significa overshoot climatico?

È il superamento temporaneo di una soglia di riscaldamento globale, seguito da una successiva diminuzione della temperatura media. Nel rapporto UNEP 2026 la soglia considerata è 1,5 °C rispetto all’epoca preindustriale.

Il superamento di 1,5 °C significa che l’Accordo di Parigi ha fallito definitivamente?

Non necessariamente. L’entità e la durata del superamento influenzano i rischi climatici. Il ritorno verso 1,5 °C rimane un obiettivo studiato dalla ricerca, ma richiede riduzioni profonde delle emissioni e rimozioni di CO₂ su vasta scala.

Qual è la concentrazione di CO₂ nell’atmosfera?

Secondo il bollettino WMO pubblicato nell’ottobre 2026, la concentrazione media globale di CO₂ nel 2025 era di 426,8 parti per milione, il 53% in più rispetto al livello preindustriale.

Che differenza esiste tra emissioni e concentrazione di CO₂?

Le emissioni misurano la quantità di CO₂ rilasciata durante un periodo. La concentrazione indica la quantità di CO₂ presente nell’atmosfera. Le due grandezze sono collegate, ma non equivalenti.

Quali risultati ha prodotto l’Accordo di Parigi?

L’accordo ha creato un sistema internazionale di impegni climatici e aggiornamenti periodici. Nel decennio successivo sono aumentate le energie rinnovabili e numerose politiche hanno prodotto riduzioni documentate delle emissioni, sebbene i progressi globali rimangano insufficienti.

Perché il cambiamento climatico aumenta i rischi legati all’acqua?

L’aumento delle temperature modifica il ciclo idrologico, influenzando evaporazione, precipitazioni, disponibilità idrica e fenomeni estremi. Gli effetti variano tra regioni, ma possono comprendere maggiori rischi di siccità e alluvioni.

Che cosa significa rimuovere CO₂ dall’atmosfera?

Significa sottrarre anidride carbonica già presente nell’atmosfera attraverso processi naturali o tecnologie dedicate, conservando il carbonio per periodi sufficientemente lunghi. La rimozione non sostituisce la necessità di ridurre le emissioni.

Quando si svolge la COP31?

La COP31 è prevista dal 9 al 20 novembre 2026 ad Antalya, in Turchia.

Qual è la differenza tra mitigazione e adattamento climatico?

La mitigazione comprende gli interventi per ridurre le emissioni di gas serra o aumentare gli assorbimenti. L’adattamento riguarda le misure per diminuire la vulnerabilità delle persone, delle infrastrutture e degli ecosistemi agli effetti del cambiamento climatico.

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